Hamas Ausbildungscamp in Khan Yunis im südlichen Gaza-Streifen am 6. Februar 2020. Foto Majdi Fathi/TPS
Hamas Ausbildungscamp in Khan Yunis im südlichen Gaza-Streifen am 6. Februar 2020. Foto Majdi Fathi/TPS
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La società araba palestinese è permeata da una cultura di glorificazione della morte. Un elemento chiave è l’idea che morire per distruggere Israele non sia solo nobile, ma sia il desiderio di Allah. Questa cultura della glorificazione della morte si manifesta in vari modi.
 

Analisi di Manfred Gerstenfeld

Uno di questi si trova nello Statuto originale di Hamas. Un articolo dice che Hamas non vede l’ora di attuare la promessa di Allah per quanto tempo possa servire. “Il profeta, pace e benedizione su di lui, disse: L’ultima ora non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo!” L’Autorità Palestinese (PA), controllata da Fatah, esprime il suo apprezzamento per l’uccisione di israeliani attraverso il pagamento di una pensione agli assassini. Se muoiono a causa del loro atto terroristico, i pagamenti vengono effettuati alla loro famiglia. Inoltre l’AP glorifica gli omicidi intitolando al loro nome strutture e strade. Uno dei terroristi ricordato in questo modo è Dalal Mugrahbi, che prese parte al massacro sulla Strada Costiera nel 1978, in cui furono uccisi 38 israeliani, tra cui 13 bambini. Un’argomentazione sbagliata è che questa cultura della glorificazione della morte sia propria degli arabi palestinesi a causa delle loro difficili condizioni di vita. In realtà, c’è una corrente importante che glorifica la morte nell’Islam in generale . Nel 2018, i responsabili per il 58% di tutte le vittime di attacchi terroristici nel mondo, furono quattro micidiali gruppi terroristici, ed erano tutti movimenti musulmani: i talebani, lo Stato islamico, il ramo di quest’ultimo nella regione del khorasan e Boko Haram. Il sostegno al terrorismo islamico – che è tutt’altro che marginale – si può riscontrare in svariate località nel mondo musulmano. Perfino in un Paese così apparentemente moderato come la Giordania, ci sono riconoscimenti e sostegni importanti per quegli assassini. Il 18 novembre del 2014, due terroristi musulmani di Gerusalemme Est hanno massacrato quattro persone in una sinagoga di Gerusalemme, a Har Nof, e un eroico poliziotto druso israeliano. I terroristi vennero uccisi. Il giorno successivo i parlamentari giordani hanno osservato un momento di silenzio per gli assassini e hanno letto ad alta voce i versetti del Corano: “ Gloria alle loro anime pure e alle anime di tutti i martiri nelle nazioni arabe e musulmane”. Il Primo Ministro giordano, Abdullah Ensour, inviò una lettera di condoglianze alle famiglie dei terroristi in cui affermava “Chiedo a Dio di avvolgerli con clemenza e di concedere a voi pazienza, conforto e guarigione dal vostro dolore …“ È importante capire che questo culto della morte non è qualcosa alimentato solo dalle autorità al potere. È anche sostenuto dagli individui. Molte madri arabe palestinesi hanno espresso gioia per il fatto che i loro figli siano morti uccidendo un ebreo o nel tentativo di farlo. Nel 2019 la madre di un terrorista palestinese che era stato ucciso durante l’attacco ha elogiato il modo in cui suo figlio ha maneggiato il coltello quando ha attaccato i poliziotti. Spiegò che era stato un macellaio. Poi ha cantato: „Muhammad Ali era un uomo coraggioso, oh commando del coltello … voi siete l’orgoglio dell’Islam …” Gli esecutori che muoiono in questi attacchi terroristici sono considerati martiri. Itamar Marcus e Nan Jacques Zilberdik del Palestinian Media Watch ci ricordano che il quotidiano ufficiale dell’Autorità Palestinese, Al-Hayat Al-Jadida, dal 2 ottobre 2018 sottolinea che secondo il credo islamico un martire in Paradiso sposa 72 vergini dagli occhi scuri. Dichiarano che questo aspetto teologico della cultura della morte non dovrebbe essere ignorato.
 
Durante la seconda intifada, l’AP riferì che i bambini giocavano al gioco degli shahid e discutevano su chi ottiene la parte migliore e muore da martire: „Una bambina di sette anni disse ai suoi amici: ‚Facciamo il gioco dello shahid (martire)! ‚ I bambini … discutono su chi impersonerà lo shahid. Fa’iz, sei anni, ha detto: „Ieri siete stati voi lo shahid, oggi tocca a me! Io sono più giovane di voi. Io sarò quello che morirà” La psichiatra israelo-americana, Daphne Burdman, afferma che sia l’AP che Hamas portano i bambini a considerare positivamente il loro coinvolgimento in atti di terrorismo in cui rischiano la vita. Ha continuato: “Questo indottrinamento di massa dei bambini si basa su una campagna attentamente pianificata che poggia su convinzioni culturali fortemente radicate e su meccanismi psicologici profondi. L’incitamento utilizza una metodologia multimodale, predicando il nazionalismo palestinese, il martirologio e sotto Hamas, enfatizzando l’egemonia della Sharia nel mondo. La campagna utilizza i media, le scuole, la strada e anche personaggi religiosi.” Burdman aggiunge “L’indottrinamento nelle aree arabe palestinesi è molto più ampio rispetto ai libri di testo e alle fonti televisive, dato che sfrutta elementi diffusi nella società in generale, ossia carta stampata, genitori, insegnanti, e metodi di insegnamento con incoraggiamento e lode per coloro che aderiscono e, per contro, forte disapprovazione nei confronti degli studenti meno devoti.” Conclude che “anche quando la violenza tra palestinesi e israeliani viene a cessare, lo stato d’animo dei bambini palestinesi non cambierà da solo. Una volta che ci è stato insegnato che gli attacchi suicidi apriranno le porte al Paradiso per se stessi e per la propria famiglia, ci vuole ben altro per la disintossicazione.”  Burdman afferma che per esperienza professionale è discutibile se la rettifica dell’indottrinamento del martirio possa avere successo, e se così fosse, sarà comunque lenta e complicata. Da quanto sopra si possono trarre numerose conclusioni.
 
Una è che la creazione di uno Stato palestinese non eliminerà di sicuro la glorificazione dell’etica della morte. Una cultura così profondamente radicata non cambierà rapidamente. Facendo un ulteriore passo avanti, si può concludere che i promotori di una soluzione a due Stati – per non parlare di una soluzione a un solo Stato – stanno promuovendo un’idea che favorisce coloro che sono intrisi della cultura della glorificazione della morte. Questa è una grande accusa nei confronti della sinistra israeliana come lo è nei confronti dell’Unione Europea e di altri che promuovono la soluzione dei due Stati. L’Unione Europea fornisce inoltre denaro ai leader della glorificazione della cultura della morte, l’Autorità palestinese. Quando era Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha commesso una varietà di azioni malvagie in Medio Oriente. Una di queste è stata quella di esercitare una estrema pressione su Netanyahu per sostenere la Soluzione a due Stati. Fortunatamente, il Primo Ministro fin da allora si era opposto a questa posizione. Coloro che promuovono la Soluzione dei due Stati sono in una certa misura complici degli interessi di coloro che praticano la glorificazione della morte. Questo è ancora di più il caso di coloro che criticano Israele e distolgono lo sguardo dall’atteggiamento arabo palestinese. Il governo israeliano dovrebbe cercare di diffondere informazioni sulla glorificazione palestinese della cultura della morte nel dibattito internazionale in corso sul conflitto israelo-palestinese. (Ulteriori idee su come farlo saranno spiegate in un altro articolo).
 

Manfred Gerstenfeld è stato insignito del “Lifetime Achievement Award” dal Journal for the Study of Antisemitism, e dall’ International Leadership Award dal Simon Wiesenthal Center. Ha diretto per 12 anni il Jerusalem Center for Public Affairs. Prima pubblicazione in italiano a cura di Informazione Corretta. Traduzione di Yehudit Weisz.

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